Profumo di viole

Oggi vi ho trovati. In campagna.
L’aria era tersa, il profumo quello dolce della primavera.
Il bosco dorme ancora, ma qua e là qualche albero è già fiorito.
Ti ho visto, camminare con le mani dietro la schiena, scrutare le tue vigne, osservare la potatura. Un po’ dopo eri seduto, sulla tua panchina improvvisata, a guardare soddisfatto il tuo lavoro.
Lei invece raccoglieva viole mammole, generose di profumi.
Le ha portate a casa, per metterle lì, davanti alla mia fotografia.

foto di M. Raffaelli

foto di M. Raffaelli

Musicoterapia

Max stava così male che fu sul punto di svenire. Dolori lancinanti lo fecero crollare piegato in due sul pavimento della cucina. Aveva la schiena in fiamme. Gemeva e piangeva: il dolore della separazione era incontenibile. Pianse disperato. Poco prima che Emma tornasse, riuscì a trascinarsi a letto. Lei lo trovò lì, profondamente addormentato.

Nei giorni seguenti volle rimanere lì e ascoltare Händel. La musica era stata la consolazione dei suoi genitori: ogni volta che le parole erano inadeguate e il male di vivere prendeva il sopravvento, ascoltavano un disco o andavano a un concerto.

Avevano avuto serenità dai minuetti di Mozart, la severe fughe di Bach avevano riportato l’ordine nella loro vita, i concerti per tromba di Telemann avevano restituito continuamente la fede in Dio e Händel aveva sempre regalato loro la sensazione di essere speciali. Solo molto raramente ascoltavano Čajkovskji e Beethoven, che ritenevano troppo perfetti.

da La felicità di Emma, di Claudia Schreiber

Ci sono donne, Mariangela Gualtieri

Ci sono donne gonfie d’amore
sono spade e forcelle e assi
nella manica.
Vitalità si sporge
dai capezzoli per un latte piccolo
all’infante. Le condiziona la struttura celeste
quel tessere l’enigma
fino al velo scostato per pochissimo
fino alle sonde acute
di concentrazione.

Non sono donne in verità
ma passeri sporgenti su nidiate
inermi. L’estate entra
nei vestiti
e s’infila
in un sudore d’ossa delicate.

Sono qui. Portano parte del peso
una polvere di stelle primarie.
Soccorrono ridendo
le sponde d’un cielo
imperfetto che a volte cade.

Piangono. Ogni tanto.
Quel guastarsi del pane
il grave precipizio del tempo.
Sono che non c’è al mondo
bocca che rida meglio
di quella loro fiamma. O leggerezza
in sponda d’infante.

Niente c’è che perfori
come l’incendio a festa
di quel riso. Sono capanne
dove lo stanco pellegrino
piange
un poco
in sere cupe di gravità terrestre.

Dicono “si nasce in avanti. Verso la fonte
di tutta una luce. Al qui.
Al tempo. Al niente. Calmati ora”.

Sono qui per questo. Portare la parola.
Ridere. Stare senza pensiero.
Pulire dove si sporca. Miracolare.
Sono opera intera d’un amore
trapuntato di stelle.