Le mie mani sono uguali alle sue. Non lo avevo mai notato prima. Ora il mio sguardo è fermo, attento. Quelle mani debbono stare ferme. Lì, attraverso quelle piccole vene, passa ciò che la sta tenendo in vita.
Ho trascorso la notte così, i miei occhi fissi su quelle mani. E quando i miei occhi sono stati stanchi, ho appoggiato le mie mani sulle sue per sentire ogni minimo movimento.
Mamma, le tue mani laboriose non sono capaci di stare ferme. Un po’ tagli, un po’ cuci (la tua grande passione) e poi, come mi hai detto poco fa, prepari il brodo.
Prima ti sei toccata la pancia, ti ho chiesto se avevi prurito e tu, con gli occhi di una ragazza felice, mi hai detto “ho qui un bambino”. Ti ho chiesto se non ne avevi avuti abbastanza e, colta in fallo, mi hai risposto che se tu fossi stata giovane ne avresti fatti ancora “miga che strangossa, sat, ma el farìa”.
Cara mamma, sto qui e ti guardo e cerco di fissare nella memoria il tuo viso. Sofferente, stanco, ma pur sempre il viso della donna che amo e che mi ha accompagnata in questi 44 anni di vita insieme.
26 agosto 2012





