La luna

Un bambino dovrà scegliere se seguire gli insegnamenti del nonno o del padre. E troverà la sua strada.

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Tu sei

Tu sei parte della mia esistenza, parte di me stesso. Tu sei stata in ogni riga che ho letto, dalla prima volta che sono venuto qui, il ragazzo rozzo e volgare, il cui povero cuore feristi anche allora. Tu sei stata in ogni panorama che ho visto da allora … sul fiume, sulle vele delle navi, nella palude, delle nuvole, nella luce, nel buio nel vento, nei boschi, nel mare, nelle strade. Sei stata l’incarnazione di ogni dolce fantasia mai concepita nella mia mente. Le pietre di cui sono fatti i più solidi palazzi di Londra, non sono più reali per me, né è più impossibile che le tue mani riescano a spostarle, di quanto lo siano state la tua presenza e la tua influenza, qui e ovunque, e lo saranno sempre. Estella, fino all’ultima ora della mia vita, tu non puoi che rimanere parte del mio essere, parte del poco di bene che c’è in me, parte del male. Ma in questa separazione, io ti associo solo al bene, e ti terrò sempre fedelmente associata ad esso perché tu mi hai fatto più bene che male, per quanto acuto sia il dolore che provo ora”.

Charles Dickens, Grandi speranze

Commessi pensatori

“Eh no, disse il professore, queste cose riguardano anche noi; quello che combinano gli altri siamo poi noi a scontarlo. Prima sì, potevamo dire che la politica non ci riguardava. La faceva uno solo, e bene o male ci toccava accettarla. Perché noi italiani siamo così: lasciamo che uno si incarichi per tutti e buona notte. Ci vogliamo risparmiare la fatica di pensare. Non ricordo più bene dove, ma una volta lessi che gli italiani hanno bisogno di commessi pensatori.”

Dante Arfelli, I superflui

Amare, essere amato

Amare, essere amato… come sono tristi le azioni umane. Quando ero al secondo o al terzo anno del liceo femminile, durante un esame di inglese vennero fuori alcune domande sulla forma attiva e passiva dei verbi. Colpire, essere colpito; guardare, essere guardato… mischiati tra tanti verbi come questi, ce n’erano due che emanavano una luce speciale: amare, essere amato. Mentre guardavamo con attenzione le domande leccando le matite, a un certo punto da dietro le spalle mi arrivò un bigliettino, che qualcuno aveva fatto girare per gioco. Guardai, c’erano scritte due domande: “Vuoi amare?”, “Vuoi essere amata?” E sotto la frase “Vuoi essere amata?”, scritti con l’inchiostro o con la matita blu e rossa, c’erano molti cerchietti, mentre nella colonna del “Vuoi amare?” non c’era nemmeno il più piccolo segno di adesione. Anch’io non feci eccezione e aggiunsi il mio cerchietto sotto “Vuoi essere amata?” Perfino le ragazze di sedici, diciassette anni, che capiscono ben poco di cosa quelle parole “amare”, “essere amato” possano significare, intuiscono già per istinto che la felicità sta nel fatto di essere amate.

Inoue Yashushi, Il fucile da caccia

Arrivederci, o magari addio

Non è necessario che tu mi ascolti,
non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso
(eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni,
sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente,
e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però
alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Brodskij

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Grazie e grazie

Alle amiche e agli amici, al mio Maestro che ha 2557 anni, a chi amo, a chi mi ama, ai monaci della foresta, agli indifferenti e agli spaventati dell’amore e dell’amicizia, ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati, animali, quelli che hanno vissuto con me e quelli appena intravisti, quelli che mi hanno azzannato e graffiato e quelli che mi hanno accarezzato e fatto ‘muso-muso’, quelli che ho mangiato, quelli che lavorano, agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra, ai temporali, alla grandine, alle pozzanghere, all’erba, al ghiaccio, ai tuoni, ai fiori, alle mani e a tutto il corpo, al vento, ai vulcani, ai laghi, alla nebbia, agli abbracci e alle parole, ai deserti, alle steppe, ai frutti e alle verdure, alle foreste, ai fulmini, a tutte le facce del sole, agli astri, al cielo che arriva fino a terra, alla pioggia, alla prediletta neve, alla luna di cui porto il nome, alla notte, alla luce, all’universo che non finisce, alla voce del silenzio, al senza nome, alla divina compagnia, grazie e grazie.

Chandra Livia Candiani,  introduzione a La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore, ed. Einaudi

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Foto di M.Raffaelli

Sorpresa

Ieri, nel tardo pomeriggio, approfittando di una schiarita, sono andata a fare due passi. Ho cambiato giro e mi sono spinta verso quella che noi chiamiamo zona industriale, che se la vede uno di Milano si sbellicherebbe dalle risate ma che a me, quando ero piccola, faceva sentire parte di una moderna realtà.

Sopra questa zona industriale c’è prima la campagna e poi il bosco, quindi la passeggiata è iniziata tra vecchi muri, vigne e qualche ultimo papavero per poi proseguire nel bosco dove ho mangiato le prime fragoline.

Nel ritorno, sul sentiero, poco davanti a me, un magnifico esemplare di capriolo.
È stato fulmineo il suo scappare velocemente tra il folto dei rami.
Ma l’emozione è stata così grande, che sento ancora una fitta di gioia nel ricordare quel manto fulvo e quella vitalità prorompente.

E questo per dire che sì, è bello vivere qui.

P.s. Nella foto il capriolo fuggito.

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Mangia che diventi grande

L’altra mattina, andando a lavorare, ho incontrato una mamma con dei bambini piccoli, tutti sotto i cinque anni. Dopo giorni di pioggia era uscito il sole e, con i loro vestitini estivi, probabilmente stavano andando a un asilo estivo.

Mentre camminavano sbocconcellavano un panino, una colazione frettolosa nel probabile tentativo della madre di non fare tardi al lavoro e di portare i bimbi in tempo.

Un anziano, che stava camminando lentamente nella loro direzione si ferma, mani incrociate dietro la schiena, li guarda e, sorridendo, li incita con un “mangia che diventi grande”.

Dicono che una delle dimostrazioni d’affetto di una madre nei confronti dei figli è quando ti chiede se hai mangiato. Sicuramente era così per i genitori delle passate generazioni che, non solo avevano conosciuto la fame, ma erano anche incapaci di dimostrazioni di affetto alternative. I miei genitori erano così.

Mia madre mi chiedeva sempre, quando andavo a trovarla, se avevo mangiato. E mio padre non mancava di incitare i nipoti con un “magna che te deventi grant”. Per ultimo, l’ha detto a mio figlio.