Nana

E’ che c’è sta cosa qui, quella delle ninne nanne, che mi perseguita. Non so se tali melodie mi colpiscano proprio perché pensate sempre per un bimbo e la sua mamma, ma non riesco a non farmi coinvolgere emotivamente. E così, buonanotte a tutti.

Lynn Harrell, Cello & Victor Asuncion, Piano. Live at the Eli and Edythe Broad Stage, Santa Monica California. Saturday, October 9, 2010

Un sogno

Ti penso spesso. Sei parte di me.
Però il tempo che scorre mi porta via il suono della tua voce.
L’ho ritrovato l’altra notte, in sogno. Tu dormivi sul divano, come spesso ti accadeva. Io dormivo nel tuo letto. Mi svegliavo, mi alzavo e venivo in soggiorno e ti vedevo lì. Mentalmente ti sgridavo per il fatto di avermi fatta dormire nel tuo letto al tuo posto.
Invece sono venuta verso di te, ti ho abbracciata e ti ho detto che ti voglio bene.
“Te ne voglio anch’io” mi hai risposto.
Ce lo siamo dette, finalmente, anche se era solo un sogno.

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Ninna nanna cosacca, per una buona notte

Sleep, my beautiful good boy,
Bayushki bayu*,
Quietly the moon is looking
Into your cradle.
I will tell you fairy tales
And sing you little songs,
But you must slumber, with your little eyes closed,
Bayushki bayu.

The time will come when you will learn
The soldier’s way of life,
Boldly you’ll place your foot into the stirrup
And take the gun.
The saddle-cloth for your battle horse
I will sew for you from silk.
Sleep now, my dear little child,
Bayushki bayu.

You will look like a hero
And be a Cossack deep in your heart.
I will accompany you and watch you go,
You will just wave your hand.
How many secret bitter tears
Will I shed that night!
Sleep, my angel, calmly, sweetly,
Bayushki bayu.

I will die from yearning,
Inconsolably waiting,
I’ll pray the whole day long,
And at night I’ll wonder,
I’ll think that you’re in trouble
Far away in a strange land.
Sleep now, as long as you know no sorrows,
Bayushki bayu.

On the road, I’ll give you
A small holy icon,
And when you pray to God, you’ll
Put it right in front of you,
While preparing for the dangerous battle
Please remember your mother.
Sleep, good boy, my beautiful,
Bayushki bayu.

Sulla solitudine

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

da Trasumanar e organizzar, Pier Paolo Pasolini (1971)

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Quale direzione.

Non c’è mai modo di sapere
che direzione prenderà la vita,
non sappiamo
chi sopravviverà alla giornata
e chi soccomberà,
non sappiamo se l’ultimo saluto diventerà un bacio,
una parola amara,
uno sguardo che ferisce,
basta un attimo di disattenzione,
ti dimentichi di guardare a destra
e sei morto e allora
è troppo tardi per ritirare le parole offensive,
troppo tardi per chiedere scusa,
troppo tardi per dire le cose che contano,
le cose che vorremmo dire
ma che non riusciamo a esprimere
a causa del rancore,
della stanchezza della quotidianità,
del tempo che manca,
dimentichi di guardare a destra e non ti vedo più,
e le ultime parole che mi hai detto
continueranno a riecheggiarmi dentro
per tutti i miei giorni e le mie notti,
e il bacio che avresti dovuto ricevere
mi si seccherà sulle labbra,
diventerà
una ferita
ogni volta che altri mi baceranno.

Jon Kalmann Stefansson, Il cuore dell’uomo

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Non io, ma quasi.

Su sette tentativi, mia madre aveva avuto una sola bambina. E non ero venuta fuori proprio come si immaginava lei, credo, una deliziosa ragazzina che la aiutasse a liberarsi dalla crescente ondata di energia di un branco di ragazzi turbolenti che minacciava sempre di sommergere la casa. Non mi era mai passato per la mente che lei avesse sperato in un’alleata e non l’avesse trovata. Insomma, a me non piaceva parlare di modelli e di ricette, e versare il tè in salotto. Questo mi rendeva egoista? Mi rendeva diversa? E, peggio di tutto, mi rendeva una delusione ? Probabilmente avrei potuto convivere con il pensiero di essere considerata egoista o diversa. Ma una delusione era un’altra faccenda, una cosa più brutta. Cercavo di non pensarci, ma l’idea mi seguì dappresso per tutta la casa, tutto il pomeriggio, come un cane puzzolente e noioso che chiede attenzione. Mi sedetti in camera mia a guardare fuori gli alberi, e riflettei un pochino sulla questione, rivoltandola da tutte le parti. Non avevo fatto niente per essere com’ero. Potevano dare la colpa a me per la mia natura? Il leopardo può cambiarsi le macchie? E, in caso positivo, quali erano le mie macchie? Sembrava tutto così confuso. Non arrivai a nessuna conclusione, in compenso mi venne un discreto mal di testa. Forse avevo bisogno di un po’ di Lydia Pinkham come Mamma. Forse le somigliavo più di quanto pensassi.

Jacqueline Kelly, L’evoluzione di Calpurnia

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