Corsia 1.1

Avanza, capelli spettinati e bianchi ed un pigiama quasi da carcerato. Una libertà vigilata, la sua, da infermieri e medici.
Una signora gli va incontro aiutandosi a camminare con un bastone. Lo apostrofa giovialmente, come vecchi amici.
Lui racconta. Il giorno precedente è venuto a trovarlo il figlio con il nipotino.
Si commuove, dice che non dovevano portarlo lì, fargli vedere il nonno in quello stato. La signora lo sgrida, gli dice che non deve piangere e che è giusto che i bambini sappiano che esiste la sofferenza, non gli si può nascondere tutto. Vorrei dirle che la penso assolutamente come lei, ma non posso. Nessuno mi ha invitata a prendere parte a quella conversazione.
Girano l’angolo. Io aspetto che il medico esca dalla stanza di mia madre. Lei, in due settimane di ricovero, non s’è fatta mancare nulla. Ora aggiungiamo alla collezione anche una pancreatite acuta e i calcoli alla cistifellea, così riempiamo l’album di figurine. Parlo con il medico e decido che non vivrò alla giornata, ma all’ora. Non c’è altra soluzione.
M’incammino per andare a casa a far colazione con mio figlio, al quale ho lasciato un semplice biglietto in cui spiegavo che sono dovuta andare all’ospedale dalla nonna.

Incontro il nonno, sorridente, che torna in corsia. L’amica esce, l’ascensore l’aspetta.

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