Non io, ma quasi.

Su sette tentativi, mia madre aveva avuto una sola bambina. E non ero venuta fuori proprio come si immaginava lei, credo, una deliziosa ragazzina che la aiutasse a liberarsi dalla crescente ondata di energia di un branco di ragazzi turbolenti che minacciava sempre di sommergere la casa. Non mi era mai passato per la mente che lei avesse sperato in un’alleata e non l’avesse trovata. Insomma, a me non piaceva parlare di modelli e di ricette, e versare il tè in salotto. Questo mi rendeva egoista? Mi rendeva diversa? E, peggio di tutto, mi rendeva una delusione ? Probabilmente avrei potuto convivere con il pensiero di essere considerata egoista o diversa. Ma una delusione era un’altra faccenda, una cosa più brutta. Cercavo di non pensarci, ma l’idea mi seguì dappresso per tutta la casa, tutto il pomeriggio, come un cane puzzolente e noioso che chiede attenzione. Mi sedetti in camera mia a guardare fuori gli alberi, e riflettei un pochino sulla questione, rivoltandola da tutte le parti. Non avevo fatto niente per essere com’ero. Potevano dare la colpa a me per la mia natura? Il leopardo può cambiarsi le macchie? E, in caso positivo, quali erano le mie macchie? Sembrava tutto così confuso. Non arrivai a nessuna conclusione, in compenso mi venne un discreto mal di testa. Forse avevo bisogno di un po’ di Lydia Pinkham come Mamma. Forse le somigliavo più di quanto pensassi.

Jacqueline Kelly, L’evoluzione di Calpurnia

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